Qual è la prima cosa che vi viene in mente sentendo la parola conservazione?
Pensate subito all’ambiente, a piante o animali? Oppure pensate a come conservare i prodotti del vostro orto durante l’inverno?
Cosa si intende per Biologia della Conservazione?
A parte gli scherzi, diverse definizioni si sono susseguite, nel corso del tempo, per descrivere di cosa si occupa la biologia della conservazione. Sebbene ognuna di esse presenti diverse sfaccettature di questo campo di studio, esistono alcuni concetti chiave comuni a tutte.
La diversità di specie ed ecosistemi deve essere preservata non solamente in un’ottica utilitaristica per l’uomo, ma soprattutto in relazione al suo valore intrinseco. La prematura estinzione di specie, deve essere prevenute e, ad una scala geografica più ampia, la complessità degli ecosistemi naturali deve essere mantenuta. In parole povere: la biologia della conservazione è un ramo della biologia volto al monitoraggio, conservazione e protezione di specie, habitat ed ecosistemi; protezione e conservazione necessaria soprattutto in relazione agli impatti causati dalle attività umane.
Prima di iniziare a pensare alle difficoltà che sottendono ad una definizione di conservazione così ampia, bisogna chiarire un punto fondamentale. Questa disciplina non cerca di fermare le estinzioni delle specie in quanto tali, e nemmeno cerca di far cessare del tutto i cambiamenti e le dinamiche che si vengono ad instaurare tra diverse specie! Sin dal principio le varie specie presenti sul nostro pianeta hanno subito un processo evolutivo che ha portato alla nascita, ma anche alla scomparsa, di una miriade di specie, secondo ritmi naturali. Gli ecosistemi – comunità di organismi viventi che interagiscono tra di loro e con l’ambiente presente in una determinata area – da sempre sono soggetti a cambiamenti: prati si trasformano in foreste o boschi che in futuro, a loro volta, potrebbero divenire paludi o cespuglieti, ad esempio.
La biologia della conservazione quindi, lungi dal cercare di fermare queste dinamiche naturali, cerca “solamente” di prevenire gli effetti negativi che le azioni umane possono e stanno già avendo su specie ed ecosistemi.
Le azioni dell’uomo sulla Natura
Come si può facilmente intuire questo è obiettivo più facile a dirsi che non a farsi … anche se in realtà non è nemmeno tanto facile a dirsi. Pensate ai svariati modi in cui la specie umana può impattare la natura. Come tutte le specie esistenti, utilizziamo risorse – acqua, spazio, terreno …. – ma interagiamo anche con le altre specie presenti nell’ambiente. A differenza delle altre specie però, facciamo questo con grande efficienza: o per lo meno questo è ciò che crediamo. Nel corso della nostra breve storia, abbiamo colonizzato ogni angolo del pianeta, ottenendo l’accesso ad una variabilità di condizioni climatiche ed habitat enormi: questo è stato possibile grazie alla nostra elevata abilità di adattamento e capacità di modificare a nostro vantaggio l’ambiente che ci circonda. Abbiamo modificato il corso di fiumi, “ripulito” estensioni forestali per fare spazio alla coltivazione di specie di piante o animali in precedenza addomesticati, abbiamo bonificato aree acquitrinose etc …
L’inizio della mia avventura nella conservazione
I primi passi nel mondo della conservazione li ho compiuti nell’estate del 2019, in Grecia, dove ho svolto un’attività di volontariato volta al monitoraggio della tartaruga marina comune (Caretta caretta) presso l’idilliaca isola di Cefalonia. Tra le varie attività svolte vi erano monitoraggi mattutini delle spiagge di nidificazione, per controllare se vi fosse stata qualche attività notturna, ma anche misure di inquinamento luminoso e monitoraggi notturni delle spiagge. Mi ricordo come fosse ieri la mia prima notturna: eravamo tutti vestiti di nero – per essere meno visibili agli occhi degli animali – e stavamo monitorando a piedi la spiaggia di Megas Lakos. La stanchezza ed il vento freddo stavano iniziando ad avere il loro effetto su di noi, ma imperterriti continuavamo a camminare in religioso silenzio. Tutt’a un tratto abbiamo avvistato una roccia vicina alla battigia … eccezion fatta che non era una vera roccia, perché si muoveva! Immediatamente ci siamo accucciati ed abbiamo iniziato ad attendere che l’animale si muovesse verso la duna ed iniziasse a nidificare. Questo istante è ancora vivido nella mia memoria, come fosse successo ieri: la lentezza della tartaruga, ma allo stesso tempo lo sforzo e l’urgenza nei suoi movimenti, i miei occhi che iniziavano a riempirsi di lacrime… a completare questo momento, un cielo stellato come non ne avevo mai visti, nel quale spiccava per maestosità la Via Lattea! In questa cornice pittoresca – ma reale! – rimanemmo in attesa fino a quando la femmina non ebbe finito di deporre e ricoprire il nido per poi prendere alcune misurazioni delle sue dimensioni.

Inutile dire che quel momento rimarrà per sempre con me, in quanto fu la riprova che lavorare per proteggere questi antichi animali – tra gli altri – era il cammino giusto da seguire. Tuttavia, sebbene durante questa esperienza furono molti i momenti emozionanti, non mancarono momenti nei quali mi scontrai per la prima volta con le problematiche e difficoltà che i professionisti del settore devono quotidianamente affrontare.
Per esempio, in una spiaggia attrezzata, talvolta le tracce di emersione e i nidi venivano cancellati, ponendo l’attenzione quindi sull’importanza di mantenere un dialogo aperto e positivo con le persone che usufruiscono di queste aree. O ancora, alcune tartarughe, frequentanti giornalmente il porto di Argostoli (“capitale” dell’isola) presentavano segni di interazioni con imbarcazioni e attività di pesca – rispettivamente, cicatrici da eliche e intrappolamenti con lenze. E forse, ancora più problematico, alcuni individui aspettavano presso i pescherecci, gli scarti che i pescatori gettavano in porto. Questi individui risultavano, e sono tuttora, abituati a questa situazione e alla presenza dell’uomo. In futuro questo potrebbe creare una dipendenza da questa fonte di cibo, o peggio, un’eccessiva confidenza verso imbarcazioni di altro tipo.
La necessità di coinvolgere la popolazione locale
Una cosa che ho compreso solamente col tempo è che, sebbene il monitoraggio della popolazione e la protezione dei nidi di tartaruga – rimanendo su questo esempio – è fondamentale per la protezione della specie, questo è solamente un piccolo tassello rispetto a tutte le azioni necessarie allo sviluppo di un progetto di conservazione sostenibile e di successo. Non basta monitorare la popolazione animale.
E’ necessario coinvolgere anche quella umana locale, informando i locali sulle problematiche e sfide di conservazione. Le persone devono infatti sapere come che comportamenti tenere e, laddove possibile, devono anche essere incluse nei processi decisionali e gestionali di una specifica area. È fondamentale che tutti i punti di vista siano presi in considerazione al fine di evitare conflitti e boicottaggi da parte dei locali. Questa inclusività può portare allo sviluppo di progetti che, nel lungo termine, possono divenire autosostenibili, anche e soprattutto grazie alle popolazioni stesse!
Questa necessità di coinvolgere le popolazioni locali è vera in quasi tutti i luoghi! Non solo, ma più esperienza si acquisisce, anche presso progetti e in regioni del mondo diversi, più facile diviene identificare possibili soluzioni. Anche nel caso in cui l’interazione con le popolazioni locali sia negativa, risulta comunque importante cercare un dialogo con esse, questo perché la conservazione non può esistere senza considerare la prospettiva umana.
L’elenco di azioni che si possono attuare in questo campo è veramente vasto. Lavorando sulle specie si può proteggere aree di comprovata importanza per le stesse, recuperare individui feriti o monitorarne la presenza in natura, ad esempio. Lavorare nel campo della comunicazione è altresì fondamentale: redigere report, sia scientifici che per un pubblico generico, svolgere educazione alle comunità, utilizzare i social media per promuovere azioni e campagne. Svolgere seminari informativi per le comunità locali riguardo alle corrette pratiche per la preservazione della natura, tenere conferenze e tavole rotonde con le persone che potrebbero presentare conflitti con le specie selvatiche: il tutto per cercare di giungere a soluzioni efficaci. Modificare il ruolo delle popolazioni locali in un’ottica di conservazione: da potenziali oppositori – consapevoli e non – a preziosi alleati. Questo si può ottenere anche dandogli la possibilità di trarre un salario dignitoso da queste azioni di protezione della fauna selvatica … e la lista potrebbe continuare.
Un campo interdisciplinare
Ritornando alla nostra domanda iniziale, spero vivamente che ora capiate comprendiate il concetto di conservazione. Non solo, spero anche che abbiate compreso come, in questo ambito, sia necessario non solo guardare alle problematiche dal punto di vista di specie ed ambienti, ma anche da una prospettiva umana, in quanto siamo coinvolti tanto quanto le specie! Non possiamo eliminarci dall’equazione del nostro pianeta: volente o nolente dobbiamo prendere atto del nostro impatto sulla natura. Ciò che possiamo e dobbiamo moralmente fare, se vogliamo conservare la biodiversità della Terra, è tentare di ridurre la nostra impronta ecologica sul pianeta, agendo in maniera più sostenibile il possibile, e riducendo le conseguenze negative che le nostre azioni hanno su specie ed ecosistemi. Allo stesso tempo dobbiamo sviluppare progetti per aiutare le specie minacciate e vulnerabili a sopravvivere in un futuro che includa anche l’uomo!
In poche migliaia di anni, la nostra specie Homo sapiens, è stata capace di scavalcare diversi ostacoli, diffondendosi in tutto il globo e modificando il sistema climatico. Queste sono cose che nessun’altra specie è stata in grado di fare, non al nostro livello per lo meno! Senza dubbio, in un’era di sviluppo tecnologico ed interconnessioni di idee e persone, qual è quella attuale, possiamo essere in grado di invertire il declino a cui molte specie stanno andando incontro a causa dei nostri comportamenti! Quindi sebbene noi stessi siamo la fonte di molti dei problemi che la natura sta affrontando, possiamo senz’altro fare la nostra parte per risolverli!
E termino questo post lasciandovi con le parole di Jane Goodall, primatologa e biologa della conservazione nota in tutto il mondo, che ci ha lasciato recentemente. “Ho diversi motivi di speranza: le nostre intelligenti menti, la resilienza della natura, l’indomito spirito umano, e, sopra di tutti, l’impegno dei giovani quando gli viene dato il potere di agire”.


